
Postero mio diletto,
(…) I colonnelli sognano?
Sì: i colonnelli sognano come i comuni mortali di complemento. E sognano tutto quanto può sognare un comune mortale di complemento.
Non esiste nel regolamento restrizione alcuna al riguardo dei sogni, e non è raro perciò il caso di colonnelli in Servizio Permanente Effettivo i quali sognano addirittura angeli. Angeli dai capelli d’oro e dalle ali azzurre, angeli che scendono dal cielo planando dolcemente come gli angeli sognati dai poeti e dai fanciulli, ma che, atterrando davanti ai colonnelli, si mettono sull’attenti con uno schiocco di tacchi secco e preciso. Takk!
Se esistono, nel nostro o nell’altro mondo, creature mortali o immortali che (per ragioni tecniche e artistiche) debbono camminare scalze, queste sono proprio gli angeli. Ma è tale e tanto, nei colonnelli, l’amore per lo schiocco, che gli angeli stessi (quando intervengono nei sogni di qualche colonnello) non trascurano mai d’infilarsi un buon paio di stivali corredati – nel caso specifico di angeli di cavalleria e d’artiglieria – di robusti e tintinnanti speroni. E si presentano sempre così, con un formidabile schiocco di tacchi.
Orbene, postero mio diletto, sapendo quale importanza i colonnelli annettano allo schiocco, tuo padre, anima gentile, trovandosi in quotidiano contatto con un vecchio colonnello, poteva trascurare il particolare dello schiocco?
E lo schiocco fu appunto la mia maggiore preoccupazione d’allora, tanto più in quanto ben sapevo che, solamente con una adeguata serie di buoni schiocchi, avrei potuto sfatare la leggenda della mia “scarsa attitudine militare”.
Ma il destino mi fu sempre avverso.
Cambiai tre paia di stivaloni e sei paia di speroni: feci blindare i tacchi, richiesi il parere autorevole d’un pedicure e di un maniscalco, presi ripetizioni private da un ex maresciallo di cavalleria, studiai lungamente davanti allo specchio, feci un calco in gesso dei miei piedi per meglio comprenderne l’impostazione, mi allenai, studiai con amore, ma all’applicazione pratica, era come se i miei tacchi fossero di gelatina di pollo e i miei speroni di burro: Ploff….
E ogni ploff accendeva nel nobile viso del signor colonnello una smorfia di dolore.
La prova più tremenda – e si ripeteva due volte ogni giorno – era quella della mensa. Allora non soltanto il signor colonnello era spettatore della mia miseria, ma un intero consesso di brillanti ufficiali.
Entravo nella sala e, appena mi avvistavano, si faceva silenzio di tomba e gli occhi erano tutti sopra di me, e le orecchie erano tutte tese. Salutavo col braccino graziosamente levato, come era prescritto allora, e battevo i tacchi con disperata forza.
Come se un pezzo di burro cadesse in un mucchio di farina: Ploff…
Il signor colonnello scuoteva il capo sospirando e tutti riprendevano a mangiare mentre io vedevo accendersi sopra la testa d’ognuno dei presenti una di quelle nuvolette famose dei giornali per bambini e, dentro ogni nuvoletta, era scritto a caratteri fiammeggianti: “Scarsa attitudine militare”.
Mi misi d’accordo con un sottotenente effettivo abilissimo negli schiocchi, il quale sedeva al posto più vicino alla porta.
Io sarei entrato e, mentre salutavo, lui avrebbe schioccati di tacchi di sotto il tavolo. Ricorsi cioè al doppiaggio, ma, dopo due sole prove, abbandonai l’impresa: la prima volta lo schiocco avvenne un buon minuto dopo del mio scatto; la seconda lo schiocco avvenne mentre io stavo ancora camminando.
E così continuai i miei ploff, e il signor colonnello ne soffriva come se, ogni volta, gli conficcassi uno spillone nel cuore.
Ploff! Ploff! Quante volte udii il dannato, vergognoso ploff?
Ma una mattina d’autunno, mentre io ero “nei ranghi” in mezzo al cortile d’una caserma, squillò l’attenti e – come dicevo al principio della mia storia – accadde qualcosa di meraviglioso.
I miei tacchi cozzarono e si udì uno schiocco formidabile: Takk!
“Finalmente!”, esclamai trionfante.
Poi guardai i mei piedi e tutto fu chiaro, e io mi sentii meno trionfante: non calzavo più i soliti stivali, ma due zoccoli con suole di legno alte sei centimetri.
Ero prigioniero.
Fu così, postero mio, proprio così. E la prossima volta ti racconterò come ci arrivai, nel cortile di quella grande caserma polacca.
Nel frattempo saluta la mamma, la nonna e la Carlottina, e fa il bravo a scuola, e impara a contare fino al numero 6865. Che poi sono io,
tuo padre.
Lager XB – Sandbostel – 1944
Ciao Ivy, come diceva un colto caporale istruttore: “la gamba bisogna alzarla e sbassarla”.
Chissà se il mondo verde è ancora così come lo vedevo sotto naja, un posto dove l’intelligenza è inversamente proporzionale al grado e si ferma a sergente maggiore, dove il muro di cinta serve a tenere la logica fuori dalla caserma … oggi l’azienda privata non mi sembra tanto diversa … purtroppo.
Chissà se il valore contadino è più puro di quello di un soldato.
Ciao, si è per questo chde appena posso, scappo a rifugiarmi dall’avara in termini di clima Pavia al profondo sud salentino.in merito al camino e quello che dici concordo,ho lavorato tanto per costruire la famiglia e mantenere sufficentemente unita la stessa, sacrificando a volte egoismi e prospettive personali. ci sono riuscito? Forse, forse solo la fortuna di aver incontrato la persona giusta, sicuramente anzi con un diciamo…20% di merito a me? Si dai mi sia concesso. Alla fine la vera cosa che rimane per cui vale la pena di attraversare questa bastarda vita (a tratti) sono gli affetti, i figli per cui non farai mai abbastanza e sarei sempre in debito perenne, perrchè sbaglierai agli occhi loro sempre, ma va bene così è lo scotto da pagare, tra l’eterno amore/contrasto generazionale.
Ploff! Mi ricorda qualcosa, qualcos’altro
…Grazie per la visita sul mio blog sei una delle poche che ha il coraggio di commentare, significherà qualcosa?
Danilo
Giusto ieri sera ho sentito parlare di Guareschi al milionario… ma non sono qui per parlare di lui,ma bensi per ringraziarti per le belle parole e per tutti i tuoi complimenti. Grazie di cuore
Donatella
come sempre scegli temi di grandissima riflessione… complimenti.. io comunque micommuovo sempre alla fine
solo un saluto veloce e niente commento, sara’ per il prossimo post, ciaoo
intenso questo post che combina ironia e amarezza…e fa riflettere!!!
OFF TOPIC
http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-bae98d15-caa5-4cf7-bfe9-0090e6943378.html
Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi,
giornalista e scrittore con tanto umorismo
nelle vene, le ho straviste tutte le storie di Don Camillo e Peppone.
Grazie di essere passata dal mio blog.
Buona serata da Giuseppe alias pulvigiu.
Fra tanti collegamenti perduti, comunque, bellissimo rileggerti sempre. Io questi periodi ho letto poco e scritto meno, ma una volta ogni tanto non potevo non passare qui!
simpatico sto tipo… ploff ploff
Queste parole sono dannatamente divertenti, ma lasciano un amaro.. Grazie per avermi fatto conoscere questo particolare aspetto di un grande autore.
Credo che non potremmo mai capire cosa effettivamente hanno provato..no non si puo’ neanche immaginare.Ma una cosa forse possiamo apprendere:la loro forza di vivere!Grazie per i consigli da me nel mio post scemo
saluti siculi Zagara.
Ciao Ivy, Guareschi e vai sul sicuro, mietendo solo consensi, dato il calibro letture.Credo che siamo passati dal criticare giustamente certi stereotipi del mondo con le stellette, a non aver più ideali, ne ordine mentale dico non di regime s’intende.I Colonnelli sognano e anche i caporali, perché sono da sempre convinto che è l’uomo ad indossare una divisa e non viceversa. Anche se la storia in certi episodio ha scritto diversamente. Buona settimana
"Credo che questa sia stata la cosa migliore che io ho fatto nella mia carriera di scrittore…." … a giudicare da ciò che leggo qui e da ciò che conosco di Guareschi direi proprio di si. Da individuo altrettanto dotato di scarse attitudini militari, che però durante il suo servizio si è impegnato così tanto da essere il capocorso fra i suoi pari dello stesso scaglione e dello stesso incarico, beh, provo a capire le emozioni di Giovannino Guareschi, che invece non aveva il successo che avrebbe desiderato e ben conscio degli sguardi di sufficienza e di insoddisfazione che ti vengono rivolti quando non raggiungi gli standard che qualcuno si era prefissato. Molto spesso nei ranghi militari la tua efficacia va a merito del tuo superiore, che si annette tutto il merito del tuo successo e distanzia ogni responsabilità per ogni tuo eventuale insuccesso. Ho conosciuto livelli infimi di meschinità, ma ho trovato anche forti amicizie che durano tutt’ora. Certo che è una disdetta non da poco che l’unica volta che ti schioccano i tacchi come avresti voluto ti ritrovi con degli zoccoli ai piedi al posto dei tuoi anfibi e in un lager …
Ciao Ivy, ti leggo con piacere.
Buona sera Ivy un saluto e un abbraccio
Ciao Ivy Sempre buon tempo la lettura su questa pagina. Certo, Guareschi aveva promesso nella prigionia che non sarebbe morto neppure se fosse ammazzato, ma il più bello è, che anche oggi rivive tutte le volte quando si legge o vede attraverso l’indimenticabile don Camillo. Spersi adeguare con l’ironia e sorriso, e l’arte rara, e nelle sue parole c’è il lascito dell’insegnamento per il buon vivere.
Grazie come sempre dei tuoi passaggi, il mio è un periodo impegnativo, con dei traguardi per il fine marzo, e il tempo mi scappa sempre. ))) Proverò a esserci presente almeno in minima parte.
Saluti da misty
“Non abbiamo vissuto come bruti”
.. nonostante tutto, nonostante la fame, le cimici e i pidocchi.. ma ognuno trovandosi nudo ha dato ciò che aveva dentro, ricchezza o povertà.
E, io Ivy, leggendo queste pagine (che per immensa ignoranza nemmeno conoscevo) penso… Ma quanti pur vivendo in situazione di benessere, vivono come bruti? Abbrutiti dall’ansia di potere, di devastazione dell’altro (non importa a che livello, anche solo per levargli la dignità di persona, per contestarne le idee, il modo di fare.. solo per antipatia insomma!)
In ogni situazione siamo nudi. Possiamo vestirci di stracci o di gioielli, ma siamo sempre nudi, con noi stessi.
Gran bel post Ivy.. e dire che io quando pensavo a Guareschi pensavo sempre a… “storie vere che sembrano favole o favole che sembrano storie vere”.. queste sono storie che il fiume porta..
Sì, il fiume della vita.
Buona settimana
Guareschi è riuscito a parlare di avvenimenti tragici con un lieve sorriso. In questo modo il suo pensiero può essere compreso più facilmente (mi fa venire in mente “la vita è bella” di Benigni).
Ciò che riporti nel tuo commento sembra scritto ieri, non più di sessant’anni fa ….
è bellissima. come una pièce teatrale, come un testamento, come una lettera d’amore. ole/.)
Guareschi è uno dei primi scrittori che io abbia mai letto. Continuo a leggerlo.
qnti ploff nella vita
…
ma tornando a guareschi…… grande !
bellissimo post
grz ivy
b domenica
v
Davvero curioso questo scritto, io lo leggo come una metafora di come spesso venga premiata l’apparenza più del contenuto, e di come – perciò – cerchiamo in tutti i modi di adeguarci…
ciao ivy!
adesso non ho tempo di leggere, volevo semplicemente dirti che, anche se non sempre ti scrivo, ti penso spesso!!!
un abbraccio!!
vania
ciao ivy bel post ( come sempre)
Sublime, esilarante,profetico, acuto e impietoso; elegante, asciutto e chiaro; un grande scrittore, un uomo lucido, coraggioso e coerente; ciao Ivy e complimenti davvero per la scelta; Albix
Grande Guareschi. E non finì con la prigionia. Ancora non sapeva che, in piena democrazia, avrebbe dovuto pagare un prezzo altissimo per la sua onestà intellettuale. La democrazia è solo una forma particolare di prigionia; solo più comoda. Grazie Ivy per queste pagine…
ciao Ivy! grazie che sei passata, mi ha molto piacere…e hai scritto una cosa che mi trova d’accordissimo!!! ciao
e solo tu puoi capire, Ivy, quante prove dure, quante rinascite per un accenno di sorriso.
Gli affetti sono tutto.
TVB
lorì
Giovannino Guareschi, dalla prefazione a “diario clandestino 1943- 1945″
(…) Credo che questa sia stata la cosa migliore che io ho fatto nella mia carriera di scrittore: tanto è vero che essa è l’unica di cui non mi sono mai pentito.
E – direte voi – le pagine di questo libro, di dove son saltate fuori?
Accadde dunque che io, come milioni e milioni di altre persone, mi trovai invischiato nell’ultimo grosso pasticcio che ha rattristato il nostro disgraziatissimo mondo.
(…) ci furono dei nemici, infatti, che si trovarono improvvisamente alleati, degli alleati che si trovarono nemici. (…) Io, insomma, come milioni e milioni di persone come me, migliori di me e peggiori di me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all’inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi alla fine. Gli anglo – americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola.
Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui.
Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell’oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.
Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso.
(…) Per venire alla mia storia, dirò che io assieme a un sacco d’altri ufficiali come me, mi ritrovai un giorno del settembre 1943 in Polonia, poi cambiai altri campi, ma dappertutto la faccenda era la stessa dei campi di prigionia, ed è inutile insistervi perché chi non è stato in prigionia in questa guerra, ci è stato nell’altra o ci andrà nella prossima. E se non ci è stato o non ci andrà lui, ci saran stati suo figlio, o ci andranno suo figlio, o suo padre, o suo fratello, o qualche suo amico.
L’unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “Non muoio neanche se mi ammazzano!”.
E non morii.
Probabilmente non morii perché non mi ammazzarono: il fatto è che non morii.
Rimasi vivo anche nella parte interna e continuai a lavorare. E oltre agli appunti del diario da sviluppare poi a casa, scrissi un sacco di roba per l’uso immediato.
(…) È l’unico materiale autorizzato, in quanto io non solo l’ho pensato e l’ho scritto dentro il Lager: ma l’ho pure letto dentro il Lager. L’ho letto pubblicamente una, due venti volte, e tutti lo hanno approvato.
(…) Di fronte ai miei compagni di Lager io rimango sempre il numero 6865, e perciò conto esclusivamente per uno. (…) ognuno contava per quello che valeva. Vale a dire contava per una unità. E ognuno era considerato e stimato per quello che faceva. Eravamo tutti coi piedi saldamente poggiati alla realtà. Per quasi due anni abbiamo vissuto nella vera democrazia dei galantuomini. E forse, purtroppo, alcuni di essi non saranno più i galantuomini d’allora perché l’uomo è sempre il prodotto dell’ambiente nel quale vive. Per essi, anzitutto, è questo libercolo. Perché possano respirare un po’ dell’aria di allora.
Non abbiamo vissuto come i bruti.
Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti.
(…) Ci stivarono in carri di bestiame e ci scaricarono dopo averci depredati di tutto, fra i pidocchi e le cimici di lugubri campi, vicino a ognuno dei quali marcivano, nel gelo delle fosse comuni, decine di migliaia di altri uomini che prima di noi erano stati gettati dalla guerra tra quel filo spinato.
Il mondo ci dimenticò. La Croce Rossa Internazionale non potè interessarsi di noi perché la nostra qualifica di Internati Militari era nuova e non contemplata. Dei due generali, parimenti nefasti alla storia dell’Italia, che – schierati in campi avversi – potevano per noi militari fare o dire qualcosa, l’uno ci era palesemente nemico per ragioni politiche, l’altro ci ignorava nel modo più assoluto perché distratto dalla politica.
Non pretendevamo aiuti materiali: ci sarebbe bastata una parola. Chi avrebbe potuto dirci questa parola, o la diceva cattiva o non la diceva.
Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti: con niente ricostruimmo la nostra civiltà.
(…) Ognuno si trovò improvvisamente nudo: tutto fu lasciato fuori dal reticolato: la fama e il grado, bene o male guadagnati. E ognuno si ritrovò soltanto con le ricchezze che aveva dentro. Con la sua effettiva ricchezza o con la sua effettiva povertà. E ognuno diede quello che aveva dentro e che poteva dare, e così nacque un mondo dove ognuno era stimato per quello che valeva e dove ognuno contava per uno.
(…) Non abbiamo vissuto come bruti: costruimmo noi, con niente, la Città Democratica. E se, ancor oggi, molti dei ritornati guardano ancora sgomenti la vita di tutti i giorni tenendosene al margine, è perché l’immagine che essi si erano fatti, nel Lager, della Democrazia, risulta spaventosamente diversa da questa finta democrazia che ha per capitale degli intrighi e che ha filibustieri vecchi e nuovi al timone delle varie navi corsare.
Sono i delusi: forse i più onesti di tutti noi volontari del Lager.
Ai delusi e a coloro che si sono consolati sono rivolte queste pagine. È la voce del numero 6865 che parla. È la stessa voce di allora. Sono gli stessi baffi di allora.
(…) Io sono ancora il democratico d’allora. Senza più cimici e pidocchi e pulci; senza più topi che mi camminano sulla faccia, senza più fame, anzi, senza appetito addirittura, e con tanto tabacco, ma sono ancora il democratico di allora, e sul nostro Lager non direi parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia.
(…) Comunque il libro è qui. Se non va bene, vuol dire che la prossima prigionia farò meglio.
L’autore
Dicembre 1949